La Controstagione

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Sono un po’ di anni che sono su questa terra, eppure mi accorgo di come non riuscirò mai a comprendere fino in fondo alcune cose. E forse è meglio così, forse alcune di queste avranno sempre bisogno di un alone di mistero, che non ne intaccherà la bellezza, che ne lascerà intatto lo splendore. Una di queste è il fascino di un risveglio sotto un piovoso, fresco e grigio cielo in estate. Una frescura inattesa che ci dà tregua dalla calura, che lenisce i nostri sensi. Una di queste è la forza di un raggio di sole tra le nubi di una coltre invernale. Un tepore che ci riscalda l’animo, che ci illumina dentro.

Sarebbe inutile perdersi in chiacchiere, basterebbe lasciarsi trasportare da quel momento, basterebbe abbandonarsi alla bellezza di quella visione. Ma fa parte della magia, attraverso i nostri occhi la natura ci scava dentro, e ci lascia pensierosi di fronte all’incapacità di trovare un significato preciso.

Forse sarà la sensazione di contrasto che ci sconvolge i sensi. Sarà quel momento di rinnovata consapevolezza, che ci ricorda di come esista un equilibrio, di come tutto possa cambiare. E in qualche modo ciò ci appaga, ci riporta a un senso di libertà, perché niente è immutabile, niente è eterno. In un vecchio film si diceva: “non può piovere per sempre“. Anche il più nero dei periodi prima o poi comincerà a sbiadire. Il sole esiste, nonostante le nuvole. Se non ce ne dimentichiamo, troveremo la stessa forza del raggio per trapassarle.

Oggi riflettevo su questo, in un momento di “controstagione”. Non so cosa ne pensiate voi. Io, nel frattempo, mi godo il mio raggio di sole.

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Lettera a Freud

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Caro dottor Sigmund, stanotte è successo di nuovo. È la seconda volta, quindi comincio a preoccuparmi. Ho sognato di morire.

A turbarmi non è tanto il concetto di morte in sé. A dir la verità, la morte mi ha sempre incuriosito. Non che la desideri quanto prima, ma sono sicuro che, dopo – più dopo che mai – aver avuto una vita lunga e prosperosa, sarò ben contento di vedere se, effettivamente, si vede qualcosa.

No, non è questo. È il modo. La prima volta, l’aeroplano su cui ero è precipitato. La seconda volta un tornado ha distrutto la mia casetta… o meglio, l’ha spazzata via.

Non guardo la TV molto spesso, anzi, potrei dire che ormai non la guardo praticamente più, ma credo che l’incauto uso che ne ho fatto in passato mi abbia irreversibilmente distrutto il cervello. E sì, perché pensavo che solo in televisione i sogni – peggio ancora gli incubi – potessero sembrare veri. Pensavo che non fosse possibile che davvero una persona si svegliasse di colpo sudata e ansimante, col cuore a mille, mettendosi a sedere, per poi prendere coscienza, poco alla volta – con un sollievo crescente – che in realtà era stato tutto frutto della sua scherzosa psiche.

Eppure mi è successo. Davvero, faccio ancora fatica a crederci.

Ma voglio raccontarle queste due storie in dettaglio.

Mi trovavo su un aereo. La mia ragazza era al mio fianco, ansiosa, come al solito, non le è mai piaciuto volare. Non ricordo bene chi, ma uno di noi due era intento a leggere un depliant, l’altro armeggiava col vassoio pieghevole. All’improvviso le grida. Percepivo l’aereo inclinarsi sempre di più e perdere quota velocemente. Riuscii a girarmi per un’ultima volta verso di lei, giusto in tempo a vedere l’orrore nei suoi occhi, che subito si impadronì anche di me, non perché stavo morendo, ma perché stava morendo lei, per colpa mia. Poi abbassai la testa, e non vidi più niente che non fosse lo schienale del sedile davanti a me; mentre l’ansia mi divorava aspettavo l’inesorabile fine. Il cuore martellava nel mio petto, fracassava la gabbia toracica, il respiro mi mancava, poi chiusi gli occhi. Li riaprii nel mio letto, dove sentivo ancora le pressione che tirava la mia pelle.

L’inizio del secondo sogno è un po’ personale ed imbarazzante, ma so che lei è uno specialista in questo campo, quindi cercherò di superare i miei timori. Dovrebbero inventare un nuovo genere cinematografico se volessero trasporlo sul grande schermo, perché il sogno passa da un forte momento erotico ad un epilogo praticamente drammatico-catastrofico. Scomoderei anche un altro genere per descriverlo, quello horror, dominato dal terrore.

Ero nudo, insieme alla mia ragazza, nella stanza di una casa di villeggiatura di un mio amico, che però era mia (cose da sogni). La stanza era molto scarna, niente di cui valga la pena dare una descrizione minuziosa. Giusto un letto, un armadio e, non so cosa ci facesse in camera da letto, un tavolino di vetro. Probabilmente era lì – e di vetro – solo perché sarebbe dovuto andare in mille pezzi. Mentre facevamo l’amore, decisi di staccarmi da lei, perché avevo caldo, e mi diressi verso la finestra. Nell’attimo in cui aprii l’anta, la sentii urlare «No amore! No!». Poi compresi, ma era troppo tardi. Un ciclone devastante esplose nella camera, entrò imponente a distruggere tutto. Un vortice mi alzò e cominciò a farmi roteare, facendomi sbattere su vari pezzi di ciò che prima erano le pareti della stanza. Ero impotente, terrificato. Serrai gli occhi e strinsi i denti, nel panico più totale. Aspettando solo di morire. Pregando che accadesse in fretta.

La cosa che mi inquieta di più è che, appena sveglio, sentivo ancora la sensazione – in entrambi i sogni – della mia pelle lesionata dalla furia della natura, in uno stato di ansia. Sentivo quasi dolore. Ed era una sensazione autentica. Vera.

Mi dica dottore, si può fare niente?